Lunedi, 10 Dicembre, 2018

Suu Kyi: Amnesty, non più Ambasciatrice

KeystoneLa consegna del premio alla presenza di Bono Vox KeystoneLa consegna del premio alla presenza di Bono Vox
Evandro Fare | 15 Novembre, 2018, 04:10

Oggi, proviamo profondo sconcerto per il fatto che Lei non rappresenti più un simbolo di coraggio, di speranza e di imperitura difesa dei diritti umani. "Amnesty International non può più giustificare il suo statuto di persona insignita del premio Ambasciatore della Coscienza e quindi, con grande tristezza, abbiamo deciso di revocarlo".

Amnesty con questo gesto ha inteso denunciare il silenzio della donna anche sulle "molteplici violazioni dei diritti umani" osservate da quando ha assunto la guida del governo birmano nel 2016.

La crisi in Myanmar era cominciata nell'agosto del 2017 con gli scontri tra esercito birmano e ribelli rohingya nello stato del Rakhine.

E intanto, martedi, i governi di Bangladesh e Myanmar hanno concordato il rimpatrio di un gruppo di Rohingya fuggiti dalle persecuzioni e dalle violenze attualmente ospite di uno dei campi profughi allestiti nei pressi di Dacca. L'ha affermato il vicepresidente Usa Mike Pence alla leader di fatto dell'ex Birmania, Aung San Suu Kyi oggi a margine del summit ASEAN. La sua amministrazione ha attivamente provocato ostilità nei confronti dei Rohingya, etichettandoli come "terroristi", accusandoli di aver bruciato le proprie case e di aver denunciato "finti stupri". Contemporaneamente, la stampa governativa pubblicava articoli violenti e disumanizzanti definendo i rohingya come "pulci umane da detestare" e un "tormento" di cui liberarsi.

A marzo, l'US Holocaust Memorial Museum ha tolto il suo massimo riconoscimento a Suu Kyi e le sono state ritirate altre onorificenze: a settembre, ad esempio, il parlamento canadese ha votato per togliere a Suu Kyi la cittadinanza onoraria per la sua incapacità di parlare e dare ascolto alla minoranza etnica dei Rohingya.

Nonostante il potere sia saldamente nelle mani dell'esercito, vi sono ambiti nei quali il governo civile ha un'ampia autorità per adottare riforme destinate a migliorare la situazione dei diritti umani, specialmente nel campo della libertà d'espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.

Infine le leggi repressive - comprese alcune di quelle usate per arrestare Aung San Suu Kyi e altri sostenitori della democrazia e dei diritti umani - non sono state affatto abolite. Non solo: secondo Amnesty la leader ha attivamente difeso l'uso di quelle leggi, come nel caso della loro applicazione per condannare due giornalisti della Reuters che avevano documentato un massacro commesso dai militari. All'epoca era detenuta agli arresti domiciliari, dai quali è stata rilasciata esattamente otto anni fa. Quando, nel 2013, ha potuto finalmente ritirare il premio, Aung San Suu Kyi ha chiesto ad Amnesty International di "non distogliere gli occhi o la mente e di aiutarci ad essere il paese in cui speranza e storia si fondono".

"Quel giorno Amnesty International prese quelle richieste molto sul serio ed è anche per questo che non cesseremo mai di porre l'attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar". "Continueremo a lottare per la giustizia e i diritti umani in Myanmar - con o senza il suo sostegno".

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